Export italiano, per crescere servono nuove rotte

containerSono le nostre tre caravelle in giro per il mondo, la Nina, la Pinta e la Santa Maria del made in Italy. Chiamatele come volete: le tre A (arredamento, abbigliamento e alimentari), le tre M (mobili, moda e mangiare) o le tre F, la versione anglofona che tanto piace ai convegnisti di professione (fashion, furniture & food). È difficile non parlare di loro quando si parla di export, in Italia. E ancora di più, quando si parla di come il made in Italy, il ben fatto e soprattutto il famigerato “stile italiano” ci tireranno fuori dai guai.

Certo, quando il vento smette di soffiare, non c’è stile né bellezza che tenga. Così è stato nel 2009, ad esempio, quando il crollo nei volumi degli scambi mondiali ha messo in ginocchio prima di tutto le nostre imprese eccellenti, quelle maggiormente proiettate sui mercati internazionali. Oggi che il vento ha ripreso a soffiare forte e il commercio mondiale cresce, vi sono tuttavia parecchie possibilità per le tradizionali produzioni del made in Italy. Basta sapere da che parte tira l’aria, ovviamente. Altrimenti, si rischia di seguire una rotta sbagliata e di ormeggiare in porti poco accoglienti.

Unioncamere Emilia Romagna, con la collaborazione di Bureau Van Dijk, ha appena messo a punto uno strumento interessante per aiutarle. Potremmo definirla una bussola delle esportazioni: si chiama Archer Catalyst e incrocia diverse basi dati: ad esempio, quelle relative alle strutture produttive delle province, quelle che mappano gli scambi commerciali di tutti i paesi del mondo per oltre 5mila prodotti, quelle relative ai dati di bilancio di oltre cento milioni di società mondiali, o alle partecipazioni all’estero che ogni singola azienda detiene. Il tutto per offrire report in grado di indirizzare le imprese a individuare i mercati per loro più rilevanti e dinamici, il posizionamento competitivo loro e della loro concorrenza, finanche l’individuazione di possibili partner commerciali.

La Nina è l’agroindustria. Un vascello che non veleggia spedito, forse, ma che almeno si muove. Negli ultimi quattro anni le imprese attive sono diminuite del 7,1%, ma l’export è cresciuto di oltre dieci punti percentuali e i ricavi di due. Tuttavia, a fronte di un 36,2% d’imprese resilienti, che hanno saputo adattarsi al nuovo scenario competitivo e ce la stanno facendo, oltre la metà delle realtà imprenditoriali è attendista (35,6%) o peggio vulnerabile (20,5%), a forte rischio, cioè, di uscire in tempi rapidi dal mercato.

Perché queste difficoltà? Perché esportiamo gran parte dei nostri prodotti in paesi in cui la dinamica degli scambi è in calo. Riguardo al vino, dove siamo il secondo maggior esportatore mondiale, i tre mercati principali per le nostre bottiglie sono Stati Uniti, Germania e Regno Unito, mentre quelli in cui sarebbe maggiormente importante dirigersi sono Canada, Australia, Brasile. Lo stesso vale per le paste alimentari, nelle quali abbiamo la primazia assoluta: esportiamo principalmente in Germania, Francia e Regno Unito, mentre dovremmo porre maggior attenzione verso gli Stati Uniti, il Canada, la Russia.

Molto peggio se la passa la Pinta, ossia la filiera della casa-arredo. La bonaccia, in questo caso, perdura da molto tempo. Le imprese attive, negli ultimi quattro anni, sono diminuite dell’8,4%, i ricavi del 9,7%, le esportazioni del 15,1% e un’impresa su tre è ormai considerata “vulnerabile” (in provincia di Pordenone la quota sale al 44%) Colpa, anche, dei pirati – cinesi, soprattutto – che sono riusciti a scippare loro gran parte delle quote di mercato accumulate nei decenni precedenti, grazie a una concorrenza talvolta ben oltre i limiti del leale. Anche in questo caso, tuttavia, pesa l’incapacità di riorientare il proprio export verso mercati più dinamici. Le piastrelle, ad esempio, si muovono verso i “soliti” porti francesi, tedeschi e statunitensi, laddove è forte la domanda in paesi mediorientali come l’Iraq, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, che, per motivi che non potrebbero essere più distanti, stanno ricostruendo le loro città. Lo stesso vale per poltrone e divani, che vendiamo prevalentemente in Francia, Regno Unito e Germania, mentre parrebbe esserci grande potenziale di crescita negli Usa, in Canada e in Giappone.

La Santa Maria, infine. Ossia quel “sistema moda” che pare tener duro nella tempesta, pur tra mille difficoltà. Negli ultimi anni, sono calate, anche se non di molto (-3,7%) le imprese attive, mentre la crescita delle esportazioni (+2,7%) ha consentito ai ricavi complessivi di non inabissarsi (+0,9%). Anche qui, tuttavia, le imprese in difficoltà, sia essa grave (27,3% o lieve (36%), sono tante, circa il 63,3% sul totale. Anche in questo caso, vi sono mercati “dimenticati” in cui occorrerebbe investire: per le imprese orafe, ad esempio, che hanno negli Usa il loro mercato principe, ci sono potenziali opportunità a Hong Kong, negli Emirati Arabi, in Sudafrica. Per quanto riguarda le borsette, invece che limitarsi a presidiare mercati maturi come quelli di Svizzera, Francia e Stati Uniti ci si dovrebbe dirigere verso la Corea del Sud, la Cina e, ancora, Hong Kong.

Insomma: forse saranno navi vecchiette e un po’ tarlate. Forse il loro fascino, in questi anni, si sta consumando, più che crescere. E per i vecchi capitani, ormai stanchi, è facile cedere alla tentazione di cedere il timone a marinai stranieri, più giovani ed entusiasti di loro. Tuttavia, le elaborazioni del Centro Studi di Unioncamere Emilia-Romagna e del suo direttore Guido Caselli offrono ancora qualche traccia di futuro per le nostre tre gloriose caravelle. “Il mare concederà a ogni uomo nuove speranze, come il sonno porta i sogni”, pare abbia detto, un giorno, Cristoforo Colombo. A patto – c’è da aggiungere – che si abbia il coraggio di provare a cambiare rotta e ad esplorare mari e terre nuove.

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